Badanti ucraine e chirurghi indiani

Nel 2010 ho scritto l’articolo “Badanti ucraine e chirurghi indiani” pubblicato sul quotidiano “Il Centro”.

Ripropongo lo stesso articolo dopo 9 anni: non sono arrivati i chirurghi indiani come da me preconizzato ma per ora quelli romeni, assunti dalla ASL di Treviso e del Molise.

 

 

Badanti ucraine e chirurghi indiani

(Il Centro – 10 gennaio 2010)

Negli ultimi 20 anni il numero dei chirurghi negli USA si è ridotto del 16%.

La crisi è arrivata anche in quei dipartimenti di emergenza che avevamo imparato ad ammirare nella fortunata serie televisiva “ER-Medici in prima linea”.

E proprio per compensare questa carenza, da tempo negli USA (ma anche in Inghilterra) trovano lavoro medici che provengono da paesi a basso reddito pro capite (India, Pakistan, Filippine, Cina) e che oggi rappresentano il 25% dei medici in servizio.

La carenza di chirurghi è un fenomeno presente anche in Europa. Le prime vittime di questa situazione sono gli anziani: in Inghilterra per mancanza di chirurghi toracici non vengono effettuati interventi per cancro al polmone a chi supera i 70 anni.

Anche in Italia sono diminuite del 30% e oltre le domande alle scuole di specializzazione chirurgiche.

Quali sono le cause della mancanza di chirurghi?

La professione di chirurgo necessita di un lunghissimo apprendistato, è stressante e lascia poco tempo per la vita privata. Per tale motivo sempre meno giovani intraprendono questa carriera. Ma ci sono anche altre cause che aggravano il problema. Ai chirurghi da tempo sono attribuiti i disservizi e le carenze degli ospedali nonostante sia stata sottratta loro ogni possibilità di gestire risorse umane e materiali in una sanità totalmente governata dalla politica. I mass media poi, che talora alimentano nella opinione pubblica ingannevoli aspettative di una medicina mitica e lontana dalla realtà, spesso enfatizzano i pochi casi negativi dimenticando che la chirurgia italiana produce risultati straordinari che la pongono ai primi posti al mondo in settori come la chirurgia laparoscopica e robotica e nei trapianti d’organo.

“Troppe denunce: nessuno vuole fare più il chirurgo” titolava qualche mese fa un noto quotidiano nazionale.

Il numero di denunce per “malasanità” con richiesta di risarcimento è infatti aumentato a dismisura: solo nell’ultimo anno sono state 30.000 (+184% rispetto a 10 anni fa).

Ormai denunciare il chirurgo è come giocare al Superenalotto. Ci si prova. Aumenta il numero di processi, anche se al termine delle battaglie giudiziarie e dopo troppi anni, 9 casi su 10 si concludono con l’assoluzione.

Ecco perché i giovani preferiscono non fare i chirurghi.

E in Abruzzo? La situazione abruzzese non differisce da quella italiana, con delle aggravanti.

La crisi finanziaria della nostra Regione ed il conseguente piano di rientro ha fatto sì che negli ospedali non si bandiscano più concorsi per nuovi posti di chirurgo.

Il risultato è che i giovani specialisti che si formano nelle nostre Università di Chieti e L’Aquila trovano subito lavoro nelle altre regioni, ma non da noi.

E’un grave impoverimento intellettuale per l’Abruzzo che vede tanti suoi giovani allontanarsi per una nuova emigrazione e che lascia senza successori l’attuale classe dirigente chirurgica.

Tutti devono fare la propria parte.

Innanzitutto è compito dei chirurghi adeguarsi ai tumultuosi cambiamenti che negli anni hanno visto sostituirsi al carisma del chirurgo “leader” la valenza del “team” e la qualificazione organizzativa della struttura di “eccellenza”.

Ma anche tutta la società civile deve riflettere su quello che sta accadendo e dare il proprio contributo per interrompere questa spirale negativa e adoperarsi affinchè il futuro di progresso e sviluppo tecnologico che si prospetta per la storia dell’uomo e la sua salute, sia governato da una nuova generazione di chirurghi che vivano con rinnovato entusiasmo questa professione.

Se così non sarà, dovremo aspettarci che dopo le badanti ucraine arrivino in Italia (come già negli USA e in Inghilterra) chirurghi indiani o di altre nazionalità.

                                                                                                                    Prof. Paolo Innocenti